Verso il 15.mo anniversario… Siniša Mihajlović
L'INTERVISTA
Mihajlovic: «Vi racconto la mia Serbia, prima bombardata e poi abbandonata»
L'intervento Nato dieci anni fa. Sinisa: dagli americani soltanto morte
Non rinnega, perché è fiero. Non ha vergogna, perché non c’è paura. Parlare di forza del gruppo, spogliatoio coeso non è il suo rifugio. Per star comodamente al mondo, anche in quello del calcio, basta dire ovvie banalità. Si fa così, è il protocollo da conferenza stampa. Racconta niente, ma basta a sfamare tutti. Sinisa Mihajlovic no. Non la prende mai alla larga, non ci gira attorno. Va dentro il problema, lo spacca, lo analizza. Poi lo ripone daccapo, con un’altra domanda e una nuova ancora, finché sei tu a cercare risposte e a dover ricomporre certezze sgretolate. Mihajlovic è una persona forte, cresciuto sotto il generale Tito, svezzato da due guerre, indurito dall’orgoglio della sua Serbia. Gli storici sogni di grandezza del Paese sono scomparsi, resta a mala pena la voglia di farcela a sopravvivere. L’allenatore del Bologna è un «privilegiato», almeno così dice chi guarda da fuori. E in fondo è vero. Aveva notorietà e miliardi in tasca quando sulla sua casa piovevano bombe. Aveva tutto, ha ancora l’umiltà di non dimenticare da dove viene e chi è.
Il 24 marzo 1999 la Nato
cominciò i bombardamenti sulla Federazione Jugoslava. Quando l’hai saputo?
Dov’eri?
«In ritiro con la nazionale slava. La notte prima ci avvisarono che la guerra
sarebbe potuta cominciare. Eravamo al confine con l’Ungheria, la Federazione ci
trasferì in fretta a Budapest. La mattina dopo sulla Cnn c’erano già i caccia
della Nato che sventravano la Serbia».
Qual è stata la tua prima
reazione?
«Ho contattato i miei genitori, stavano a Novi Sad. Li ho fatti trasferire a
Budapest, ma papà non voleva. Da lì siamo partiti per Roma (ai tempi giocava
nella Lazio, ndr), ma dopo due giorni mio padre Bogdan ha voluto tornare in
Serbia. Mi disse: "Sono già scappato una volta da Vukovar a Belgrado
durante la guerra civile. Non lo farò ancora, non potrei più guadare i vicini
di casa quando i bombardamenti finiranno". Prese mia madre Viktoria e se
ne andarono. Ero preoccupato, ma fiero di lui».
Dieci anni dopo come giudichi
quella guerra?
«Devastante per la mia patria e il mio popolo. A Novi Sad c’erano due ponti sul
Danubio: li fecero saltare subito. Ci misero in ginocchio dal primo giorno.
Prima della guerra per andare dai miei genitori dovevo fare 1,4 km, ma senza
ponti eravamo costretti a un giro di 80 chilometri. Per mesi la gente ha sofferto
ingiustamente. Bombe su ospedali, scuole, civili: tutto spazzato via, tanto non
faceva differenza per gli americani. Sul Danubio giravano solo delle zattere
vecchie. Come la giudico? Ho ricordi terribili, incancellabili,
inaccettabili».
Ma la reazione della Nato fu dettata dalla follia [sic] di Milosevic. La storia dice [sic] che fu lui a provocare [sic] quella guerra.
«Siamo un popolo orgoglioso. Certo
tra noi abbiamo sempre litigato, ma siamo tutti serbi. E preferisco combattere
per un mio connazionale e difenderlo contro un aggressore esterno. So dei
crimini attribuiti a Milosevic, ma nel momento in cui la Serbia viene
attaccata, io difendo il mio popolo e chi lo rappresenta».
L’hai conosciuto?
«Ci ho parlato tre-quattro volte. Aveva una mia maglietta della Stella Rossa di
Belgrado e mi diceva: Sinisa se tutti i serbi fossero come te ci sarebbero meno
problemi in questa terra».
Il tuo rapporto con gli americani?
«Non li sopporto. In Jugoslavia hanno lasciato solo morte e distruzione. Hanno
bombardato il mio Paese, ci hanno ridotti a nulla. Dopo la Seconda Guerra
Mondiale avevano aiutato a ricostruire l’Europa, a noi invece non è arrivato
niente: prima hanno devastato e poi ci hanno abbandonati. Bambini e animali per
anni sono nati con malformazioni genetiche, tutto per le bombe e l’uranio che
ci hanno buttato addosso. Che devo pensare di loro?».
Rifaresti tutto ciò che hai
fatto in quegli anni, compreso il necrologio per Arkan?
«Lo rifarei, perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo
serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa
quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta
gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio
e tutti quelli che ho fatto per altri».
Ma le atrocità
commesse?
«Le atrocità? Voi parlate di atrocità, ma non c’eravate. Io sono nato a
Vukovar, i croati erano maggioranza, noi serbi minoranza lì. Nel 1991 c’era la
caccia al serbo: gente che per anni aveva vissuto insieme da un giorno
all’altro si sparava addosso. È come se oggi i bolognesi decidessero di far
piazza pulita dei pugliesi che vivono nella loro città. È giusto? Arkan venne a
difendere i serbi in Croazia. I suoi crimini di guerra non sono giustificabili,
sono orribili, ma cosa c’è di non orribile in una guerra civile?»
Sì, ma i croati...
«Mia madre Viktoria è croata, mio papà serbo. Quando da Vukovar si spostarono a
Belgrado, mia mamma chiamò suo fratello, mio zio Ivo, e gli disse: c’è la
guerra mettiti in salvo, vieni a casa di Sinisa. Lui rispose: perché hai
portato via tuo marito? Quel porco serbo doveva restare qui così lo scannavamo.
Il clima era questo. Poi Arkan catturò lo zio Ivo che aveva addosso il mio
numero di telefono. Arkan mi chiamò: "C’è uno qui che sostiene di essere
tuo zio, lo porto a Belgrado". Non dissi niente a mia madre, ma gli salvai
la vita e lo ospitai per venti giorni».
Hai nostalgia della Jugoslavia?
«Certo, di quella di Tito. Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani: solo il
generale è riuscito a tenere tutti insieme. Ero piccolo quando c’era lui, ma
una cosa ricordo: del blocco dei Paesi dell’Est la Jugoslavia era il migliore.
I miei erano gente umile, operai, ma non ci mancava niente. Andavano a fare spese
a Trieste delle volte. Con Tito esistevano valori, famiglia, un’idea di patria
e popolo. Quando è morto la gente è andata per mesi sulla sua tomba. Con lui la
Jugoslavia era il paese più bello del mondo, insieme all’Italia che io amo e
che oggi si sta rovinando».
Sei un nazionalista?
«Che vuol dire nazionalista? Di sicuro non sono un fascista come ha detto
qualcuno per la faccenda di Arkan. Ho vissuto con Tito, sono più comunista di
tanti. Se nazionalista vuol dire patriota, se significa amare la mia terra e la
mia nazione, beh sì lo sono».
È giusta l’indipendenza del
Kosovo?
«Il Kosovo è Serbia. Punto. Non si possono cacciare i serbi da casa loro. No,
l’indipendenza non è giusta per niente».
Dieci anni dopo la guerra
cos’è la Serbia?
«Un paese scaraventato indietro di 50-100 anni. A Belgrado il centro è stato
ricostruito, ma fuori c’è devastazione. E anche dentro le persone. Oggi educare
un bambino è un’impresa impossibile».
Perché?
«Sotto Tito t’insegnavano a studiare, per migliorarti, magari per diventare un
medico, un dottore e guadagnare bene per vivere bene, com’era giusto. Oggi lo
sapete quanto prende un primario in Serbia? 300 euro al mese e non arriva a
sfamare i suoi figli. I bimbi vedono che soldi, donne, benessere li hanno solo
i mafiosi: è chiaro che il punto di riferimento diventa quello. C’è emergenza
educativa in Serbia. L’educazione dobbiamo far rinascere».
Sei ambasciatore Unicef da
dieci anni e hai aperto una casa di accoglienza per gli orfani a Novi
Sad.
«Sì è vero, ce ne sono 150, ma non ne voglio parlare. So io ciò che faccio per
il mio Paese. Una cosa non ho mai fatto, come invece alcuni calciatori croati:
mandare soldi per comprare armi».
L’immagine peggiore che hai
della guerra?
«Giocavo nella Lazio. Apro Il Messaggero e vedo una foto con due cadaveri. La
didascalia diceva: due croati uccisi dai cecchini serbi. Uno aveva una
pallottola in fronte. Era un mio caro amico, serbo. Lì ho capito, su di noi
hanno raccontato tante cose. Troppe non vere».
Guido De Carolis
23 marzo 2009(ultima modifica: 25 marzo 2009)
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